«Willkommen! And bienvenue! Welcome!» Con questo ritornello, i video della performance di Eddie Redmayne ai Tony Awards sono diventati virali. Il pubblico internazionale ha finalmente potuto ammirarlo nei panni dell’Emcee, l’iconico personaggio del musical Cabaret, che aveva già interpretato con successo nel revival del West End di Londra e per cui ha vinto il prestigioso Olivier Award come miglior attore in un musical.
Ma il personaggio di Eddie Redmayne, con le sue movenze sinistre e l’aspetto così simile al David Bowie di “Ashes to Ashes”, è solo uno dei punti di forza di “Cabaret at the Kit Kat Club”, diretto da Rebecca Frecknall. Insieme a Ben Ferguson, per la direzione musicale, e Julia Cheng per la coreografia, questo revival, che ha ricevuto nove nomination ai Tony Awards, ha creato qualcosa di unico rispetto a tutte le rappresentazioni realizzate a partire dall’originale del 1966, facendo leva sul fattore immersività.
Photo Mark Anthony Fox
Se dici “Cabaret”, due persone su tre pensano alla Sally Bowles di Liza Minnelli, che nel musical del 1972 (vincitore di otto premi Oscar) duetta cantando “Money” con Joel Grey, il primo Emcee in assoluto. Per gli altri, è la sensualità “queer” e provocatoria di Alan Cumming nel revival del 1993 di Sam Mendes. Cabaret è un musical molto amato, spesso riproposto, ma ogni volta con qualcosa di diverso a dividere i pareri.
C’è però un aspetto su cui tutti sembrano concordare: Cabaret è aspirazione, speranza, grinta e gioia, ma anche orrore e dolore, mescolati insieme per affrontare temi come l’antisemitismo, l’aborto e la decadenza morale. Ogni personaggio e frammento di storia, come quello di Gayle Rankin, l’attuale Sally Bowles, ci fa partecipare alla discesa della Berlino degli anni Trenta nelle tenebre del Terzo Reich.
Eppure, il Cabaret resta un luogo di speranza. Quanto sa essere resiliente l’arte, e quanto può esserlo ancora oggi, in un’Europa e non solo, ancora cupa e tesa, dove gli ideali di pace sembrano dissolversi nell’aria come il fumo delle sigarette che immaginiamo nel locale tedesco. Nel 1939, l’Emcee invitava il pubblico a lasciare fuori i propri problemi e concentrarsi su chi sarebbe salito sul palco. Oggi facciamo lo stesso, con altrettanta speranza.
Il revival di Cabaret voluto dalla Frecknall, dopo il successo a Londra, sta letteralmente infuocando l’August Wilson Theatre di New York, dove resterà in programma almeno fino alla fine del 2024. Il design generale della produzione, in particolare per parrucche e trucco, condensa le influenze artistiche più audaci dei secoli scorsi: l’arte grottesca, l’espressionismo tedesco, i dipinti di Otto Dix e la fotografia di Brassaï noti per i loro ritratti “crudi” e dettagliati della vita urbana e della decadenza degli anni Venti e Trenta, insomma tutto ciò che aveva un valore culturale prima di essere condannato e cancellato dal regime nazista. La stessa costruzione del personaggio di Redmayne è un link diretto al teatro delle marionette tanto popolare all’epoca – come quello di Salisburgo – divenuto poi strumento di propaganda sotto il nazismo.
CABARET. Rhea Norwood as Sally Bowles. Ph.Marc Brenner
Tom Scutt, scenografo e costume designer, ha avuto un ruolo decisivo nel successo dello spettacolo e nella creazione dell’atmosfera del teatro. A lui è stata affidata la riprogettazione dell’identità visiva dell’ex-Playhouse Theatre, oggi “Kit Kat Club”, oltre che il disegno dei costumi. Il tutto ha dato forma a un codice estetico tanto vario quanto coerente, che gli è valsa una doppia nomination ai Tony Awards e la vittoria nella categoria Best Scenic Design in a Musical.
«Volevo che si avesse la sensazione che artisti, creativi e cultura queer avessero preso il controllo di un edificio del mainstream, sovvertendolo», ha raccontato Scutt in un’intervista a Broadwaycom. È tra le stanze ricche di oggetti e pitture, sorseggiando drink o cenando, che agli ospiti viene offerta la possibilità di vivere un pre-spettacolo.
Lo spazio concepito da Tom Scutt è come la tana del coniglio bianco. Una volta dentro, ci viene chiesto di dimenticare completamente cosa succede fuori, dove ci troviamo. Forse nel West End o forse no. È il risultato della sua decisione di sfumare i confini, rendendo l’ambiente meno simile a un grande teatro di Broadway e più a un club. Per fare questo, hanno dovuto tener conto delle molte ristrutturazioni che il teatro ha subito negli ultimi cento anni: la questione non era più solo decidere “cosa aggiungere”, ma anche “cosa mantenere e celebrare”.
È seguita allora la valorizzazione dei pattern e delle pitture sul soffitto, il recupero dai magazzini del teatro di uno splendido bancone da bar art déco originale dell’epoca, impreziosito dalle lampade di Jeremy Anderson, un ceramista e light artist seguito da Scutt. Cabaret in fondo è questo, un continuo attingere dal passato e dal presente.
Su una parete trova poi nuova luce l’antica targa del Guild Theatre (1918) che recita: !Dedicato allo scopo che all’interno di queste mura possa essere celebrato con allegria, con misericordia e verità: il divino spettacolo dell’anima umana”. Perché «Questo è Cabaret. Commedia, tragedia, e nel mezzo la politica!», commenta Scutt. E spostandosi di qualche metro, il Red Bar, con i dipinti appositamente commissionati all’artista Jonathan Lyndon Chase per una commistione tra teatro, moda, architettura, hospitality e belle arti. Al piano di sopra, il Green Bar, dove le luci e i colori si raffreddano virando al verde e si è improvvisamente trasportati negli anni Settanta-Ottanta, in un vecchio bar gay di New York, tra lampadari kitsch che gridano alla giocosità e a uno sfrenato senso di libertà.
E infine il cuore del teatro: il palco, i tavoli e le mezzanine. Queste ultime – di quattrocento posti – sono rimaste le originali, così come parte della vecchia orchestra. A essere esteso è stato invece l’auditorium, in modo tale che chiunque si sieda nella parte centrale possa trovarsi nel punto esatto in cui per più di un secolo gli attori si sono esibiti, sentendosi non solo vicino all’azione ma parte dello spettacolo.
Layton Williams as The Emcee. (Ph. Marc Brenner)
Scenografia e costumi provengono dallo stesso immaginario, ma vanno in due direzioni non sempre parallele. Anzi, a volte queste si sovrappongono volutamente, stridendo. «Volevo che la palette dei costumi fosse ispirata a quella degli ambienti, ma anche che se ne distinguessero, fossero incisivi e oltraggiosi, perché penso che il Cabaret richiede audacia e coraggio», ha spiegato Scutt.
Così, gli abiti disegnati per ogni personaggio incanalano sì lo spirito degli anni Trenta, ma con un tocco di modernismo e anacronismo seducente: sono spigolosi, grotteschi, in perfetta armonia con i movimenti e le espressioni beffarde dei loro volti. Un accessorio in particolare spicca sugli altri: il “party hat” che Emcee (Eddie Redmayne) indossa. «Volevo che l’inizio dello spettacolo sembrasse una festa di compleanno per bambini, un’atmosfera un po’ folle e sgangherata che lentamente viene interrotta. Il cappellino è nato da questa idea. L’individualità dei personaggi è vitale, così come l’elemento technicolor e un certo senso di fanciullezza».
Fanciullezza e innocenza, ma non sottomissione: tutti i personaggi, a loro modo, si scontrano con arroganza e malizia contro il mondo che c’è fuori dal club. Vivono in una bolla notturna contro la vera e unica oscurità, la Germania nazista, in un piccolo mondo, insomma, a cui è davvero facile credere.
Costumi audaci e ambienti surreali: il designer Tom Scutt ha ridato vita al Kit Kat Club di Londra offrendo al pubblico un’avventura teatrale unica e coinvolgente, mescolando l’estetica degli anni Venti, Trenta e Settanta. Lo spettacolo è a Broadway fino alla fine dell’anno
«Willkommen! And bienvenue! Welcome!» Con questo ritornello, i video della performance di Eddie Redmayne ai Tony Awards sono diventati virali. Il pubblico internazionale ha finalmente potuto ammirarlo nei panni dell’Emcee, l’iconico personaggio del musical Cabaret, che aveva già interpretato con successo nel revival del West End di Londra e per cui ha vinto il prestigioso Olivier Award come miglior attore in un musical.
Ma il personaggio di Eddie Redmayne, con le sue movenze sinistre e l’aspetto così simile al David Bowie di “Ashes to Ashes”, è solo uno dei punti di forza di “Cabaret at the Kit Kat Club”, diretto da Rebecca Frecknall. Insieme a Ben Ferguson, per la direzione musicale, e Julia Cheng per la coreografia, questo revival, che ha ricevuto nove nomination ai Tony Awards, ha creato qualcosa di unico rispetto a tutte le rappresentazioni realizzate a partire dall’originale del 1966, facendo leva sul fattore immersività.
Photo Mark Anthony Fox
Se dici “Cabaret”, due persone su tre pensano alla Sally Bowles di Liza Minnelli, che nel musical del 1972 (vincitore di otto premi Oscar) duetta cantando “Money” con Joel Grey, il primo Emcee in assoluto. Per gli altri, è la sensualità “queer” e provocatoria di Alan Cumming nel revival del 1993 di Sam Mendes. Cabaret è un musical molto amato, spesso riproposto, ma ogni volta con qualcosa di diverso a dividere i pareri.
C’è però un aspetto su cui tutti sembrano concordare: Cabaret è aspirazione, speranza, grinta e gioia, ma anche orrore e dolore, mescolati insieme per affrontare temi come l’antisemitismo, l’aborto e la decadenza morale. Ogni personaggio e frammento di storia, come quello di Gayle Rankin, l’attuale Sally Bowles, ci fa partecipare alla discesa della Berlino degli anni Trenta nelle tenebre del Terzo Reich.
Eppure, il Cabaret resta un luogo di speranza. Quanto sa essere resiliente l’arte, e quanto può esserlo ancora oggi, in un’Europa e non solo, ancora cupa e tesa, dove gli ideali di pace sembrano dissolversi nell’aria come il fumo delle sigarette che immaginiamo nel locale tedesco. Nel 1939, l’Emcee invitava il pubblico a lasciare fuori i propri problemi e concentrarsi su chi sarebbe salito sul palco. Oggi facciamo lo stesso, con altrettanta speranza.
Il revival di Cabaret voluto dalla Frecknall, dopo il successo a Londra, sta letteralmente infuocando l’August Wilson Theatre di New York, dove resterà in programma almeno fino alla fine del 2024. Il design generale della produzione, in particolare per parrucche e trucco, condensa le influenze artistiche più audaci dei secoli scorsi: l’arte grottesca, l’espressionismo tedesco, i dipinti di Otto Dix e la fotografia di Brassaï noti per i loro ritratti “crudi” e dettagliati della vita urbana e della decadenza degli anni Venti e Trenta, insomma tutto ciò che aveva un valore culturale prima di essere condannato e cancellato dal regime nazista. La stessa costruzione del personaggio di Redmayne è un link diretto al teatro delle marionette tanto popolare all’epoca – come quello di Salisburgo – divenuto poi strumento di propaganda sotto il nazismo.
CABARET. Rhea Norwood as Sally Bowles. Ph.Marc Brenner
Tom Scutt, scenografo e costume designer, ha avuto un ruolo decisivo nel successo dello spettacolo e nella creazione dell’atmosfera del teatro. A lui è stata affidata la riprogettazione dell’identità visiva dell’ex-Playhouse Theatre, oggi “Kit Kat Club”, oltre che il disegno dei costumi. Il tutto ha dato forma a un codice estetico tanto vario quanto coerente, che gli è valsa una doppia nomination ai Tony Awards e la vittoria nella categoria Best Scenic Design in a Musical.
«Volevo che si avesse la sensazione che artisti, creativi e cultura queer avessero preso il controllo di un edificio del mainstream, sovvertendolo», ha raccontato Scutt in un’intervista a Broadwaycom. È tra le stanze ricche di oggetti e pitture, sorseggiando drink o cenando, che agli ospiti viene offerta la possibilità di vivere un pre-spettacolo.
Lo spazio concepito da Tom Scutt è come la tana del coniglio bianco. Una volta dentro, ci viene chiesto di dimenticare completamente cosa succede fuori, dove ci troviamo. Forse nel West End o forse no. È il risultato della sua decisione di sfumare i confini, rendendo l’ambiente meno simile a un grande teatro di Broadway e più a un club. Per fare questo, hanno dovuto tener conto delle molte ristrutturazioni che il teatro ha subito negli ultimi cento anni: la questione non era più solo decidere “cosa aggiungere”, ma anche “cosa mantenere e celebrare”.
È seguita allora la valorizzazione dei pattern e delle pitture sul soffitto, il recupero dai magazzini del teatro di uno splendido bancone da bar art déco originale dell’epoca, impreziosito dalle lampade di Jeremy Anderson, un ceramista e light artist seguito da Scutt. Cabaret in fondo è questo, un continuo attingere dal passato e dal presente.
Su una parete trova poi nuova luce l’antica targa del Guild Theatre (1918) che recita: !Dedicato allo scopo che all’interno di queste mura possa essere celebrato con allegria, con misericordia e verità: il divino spettacolo dell’anima umana”. Perché «Questo è Cabaret. Commedia, tragedia, e nel mezzo la politica!», commenta Scutt. E spostandosi di qualche metro, il Red Bar, con i dipinti appositamente commissionati all’artista Jonathan Lyndon Chase per una commistione tra teatro, moda, architettura, hospitality e belle arti. Al piano di sopra, il Green Bar, dove le luci e i colori si raffreddano virando al verde e si è improvvisamente trasportati negli anni Settanta-Ottanta, in un vecchio bar gay di New York, tra lampadari kitsch che gridano alla giocosità e a uno sfrenato senso di libertà.
E infine il cuore del teatro: il palco, i tavoli e le mezzanine. Queste ultime – di quattrocento posti – sono rimaste le originali, così come parte della vecchia orchestra. A essere esteso è stato invece l’auditorium, in modo tale che chiunque si sieda nella parte centrale possa trovarsi nel punto esatto in cui per più di un secolo gli attori si sono esibiti, sentendosi non solo vicino all’azione ma parte dello spettacolo.
Layton Williams as The Emcee. (Ph. Marc Brenner)
Scenografia e costumi provengono dallo stesso immaginario, ma vanno in due direzioni non sempre parallele. Anzi, a volte queste si sovrappongono volutamente, stridendo. «Volevo che la palette dei costumi fosse ispirata a quella degli ambienti, ma anche che se ne distinguessero, fossero incisivi e oltraggiosi, perché penso che il Cabaret richiede audacia e coraggio», ha spiegato Scutt.
Così, gli abiti disegnati per ogni personaggio incanalano sì lo spirito degli anni Trenta, ma con un tocco di modernismo e anacronismo seducente: sono spigolosi, grotteschi, in perfetta armonia con i movimenti e le espressioni beffarde dei loro volti. Un accessorio in particolare spicca sugli altri: il “party hat” che Emcee (Eddie Redmayne) indossa. «Volevo che l’inizio dello spettacolo sembrasse una festa di compleanno per bambini, un’atmosfera un po’ folle e sgangherata che lentamente viene interrotta. Il cappellino è nato da questa idea. L’individualità dei personaggi è vitale, così come l’elemento technicolor e un certo senso di fanciullezza».
Fanciullezza e innocenza, ma non sottomissione: tutti i personaggi, a loro modo, si scontrano con arroganza e malizia contro il mondo che c’è fuori dal club. Vivono in una bolla notturna contro la vera e unica oscurità, la Germania nazista, in un piccolo mondo, insomma, a cui è davvero facile credere.

