Quando George Clooney arriva a Venezia per la prima volta, con “Out of sight”, non esistono le piattaforme, non esiste la lingua originale se non per noi quattro fanatiche che a Roma andiamo a vedere i film all’Alcazar, non esiste la distribuzione contemporanea. Eppure sono due anni e mezzo che il giovedì sera non si esce.
Non si esce neanche se sei nell’età in cui esci tutte le sere, perché il giovedì su Rai2 c’è “E.R. – Medici in prima linea”, e Clooney è il dottor Ross, il pediatra che inclina la testa di lato e fa le faccette (il faccettismo non ha mai smesso d’essere lo stile recitativo di Clooney).
La puntata in cui il dottor Ross si trasferisce a Seattle andrà in onda in America cinque mesi dopo: Clooney ormai è una star del cinema, è lealmente rimasto per tutti e cinque gli anni del suo contratto in prima serata ma la pacchia doveva finire. In quel settembre lì sta probabilmente per girare la puntata d’addio, ma noialtre a Venezia non lo sappiamo, non sappiamo niente.
Non ricordo quanto fossimo indietro in Italia con le stagioni, non so se a quel punto tra l’infermiera Hathaway e il dottor Ross ci fosse già stata la scena del cassetto, che per noialtre sentimentali era lo struggente cedimento del bel figo fin lì renitente a impegnarsi (anche nel secolo scorso, sotto i trent’anni credevamo a tutte le puttanate sentimentali).
So però che a quella Venezia lì siamo tutte pazze di Clooney; tra le cose che non sappiamo, c’è quanto se lo meriti. Io lo saprò solo col senno di poi, perché ho venticinque anni e non è la mia prima Venezia, ma è la prima Venezia in cui mi trovi a fare interviste tutti i giorni, e non so che non sono tutti così: così a loro agio nell’essere fighi, così intelligenti nell’essere fighi; non so che di divismo così ce n’è un’incarnazione a generazione, quegli altri hanno avuto Sinatra e ora c’è Clooney e poi chissà.
(Poi niente, perché arriveranno i telefoni con la telecamera, saremo tutti famosi e quindi non lo sarà nessuno, conosceremo quelli che seguiamo su Instagram dei quali ci convinceremo d’essere amici e che riterremo famosissimi, senza capire che la fama esiste solo se travalica la frequentazione quotidiana, solo se ti conosco anche se non ti conosco, solo se il mio sapere chi sei trascende il mio controllo, solo se sono disposta a stare a casa per te il giovedì sera. Poi arriverà un mondo senza divi e che cerca d’accontentarsi degli Chalamet – ma questo nel 1998 non lo so, non sono abbastanza Cassandra da immaginarlo).
Poiché sono smaniosa, l’ufficio stampa mi concede d’avere accesso sia a un round table (le interviste di gruppo da cui poi i giornalisti italiani sono soliti uscire con un’intervista di finzione montata come fosse un colloquio a due) sia all’intervista singola. Al round table sono finite le sedie. Mi siedo per terra. Quando arrivo all’intervista a due, Clooney sorride del sorriso inclinato di Clooney e dice: sei quella seduta per terra. Penso sia normale, perché non so niente (nei ventisei anni che seguono, di esponenti dello schieramento divistico più famosi di Gesù Cristo ma abbastanza attenti da notare i dettagli, e abbastanza furbi da lusingarti con la loro attenzione pur non dandoti mai l’illusione che sia una partita alla pari, non ne ho incontri moltissimi altri. Solo una, una certa Madonna Ciccone).
Tutto questo, assieme alla campagna elettorale di Hillary Clinton e agli Oscar del 2009, mi è tornato in mente vedendo su RaiPlay una cosa che vi raccomando caldamente: i venti minuti del tappeto rosso di Venezia che ha preceduto la proiezione di gala di “Wolfs”, in cui Brad Pitt e George Clooney interpretano due malavitosi rivali, o qualcosa del genere (non l’ho ancora visto, come tutti quelli che non sono a Venezia).
La mattina, alla conferenza stampa, George aveva citato l’articolo del New York Times che vi raccontavo l’altro giorno, quello in cui si diceva che lui e Brad avevano preso trentacinque milioni a testa per “Wolfs”. Ha detto che l’articolo era interessante e la reporter bravissima ma che, «chiunque fosse la fonte riguardo ai compensi», sono molti meno soldi. Lo dice, precisava, solo perché, se nel settore si pensa che servano quei soldi lì, nessuno più farà un film. Ma tutto questo viene detto col garbo di Clooney, col sorriso di Clooney, con la totale mancanza di risentimento che sa mostrare Clooney, e insomma George non sembra neanche per un attimo Matteo Lepore.
Naturalmente sarebbe crudele aspettarsi dai mortali che fossero all’altezza di Clooney, che va paragonato non a poveri sindaci ma ad altri divi da copertina, e quindi torniamo agli arrivi alla serata di gala. È un character study di dettagli minuscoli e giganteschi che spiegano perché Clooney sia Clooney e gli altri no. Prima arriva Brad Pitt, e il suo arrivo è uguale a tutti gli altri arrivi da tappeto rosso: macchina sponsorizzata, qualcuno dell’organizzazione che apre la portiera, scende il divo, a seguire, dalla stessa portiera dopo aver strisciato da un lato all’altro del sedile, scende la fidanzata.
Poco dopo arriva la macchina con Clooney, e attenzione ai dettagli. Dal lato dal quale c’è la telecamera scende solo Giovanni, che nel ’98 era la sua guardia del corpo e non ha mai smesso d’essere il suo uomo di fiducia, dal sedile davanti; George è sceso da dietro a sinistra, senza telecamera, ha fatto il giro – perché è un gentiluomo d’altri tempi e non fa strisciare Amal sul sedile – e ora apre lui la portiera – perché mia moglie la faccio scendere io e non un estraneo – e la signora scende splendente mentre la folla li acclama. (Mattia Carzaniga, che per RaiMovie fa le interviste sul tappeto rosso, dice che i fan accalcati facevano un tale casino che non sentiva le risposte. Poveri famosi di questo secolo: che confronto impietoso, quando arrivano quei quattro famosi veri che son rimasti).
Ora, nessuno di noi si meraviglia se George Clooney fa la parte che ha sempre fatto, quella dello squisito gentiluomo tagliente nelle battute ma impeccabile nei modi. Ma quello che vorrei farvi notare è che, quando gli hanno detto di sedersi sul lato destro perché così sarebbe stato inquadrato all’arrivo, quello ha dovuto spiegare a gente con meno uso di mondo di lui che no, che lui saliva dall’altra parte e che in favor di telecamera avrebbe fatto scendere la moglie. Ed essendo quello smooth operator di Clooney probabilmente gliel’ha detto senza aggiungere sprezzante: devo spiegarvi tutto, dilettanti. Ci va carattere, fisarmonica, senso del brivido, solitudine, ma soprattutto ci va conoscere lo spartito meglio di tutti gli altri.
Poi i due si mettono a fare dieci minuti di foto e autografi, e Brad, poverino, è divisticamente normale. Sorride, saluta, firma e si fa gli autoscatti con quelli delle transenne più vicine. George corre agli estremi delle transenne, dai disgraziati che sono in posizioni che mai vengono filate dai famosetti di turno, va dagli ultimi degli ultimi che quella sera torneranno a casa più che mai convinti che come George non c’è nessuno. Si arrampica sul muro di fotografi per stringere mani. E si siede in mezzo ai fotografi a fingersi un loro pari.
Intanto Brad è, povero lui, solo un famoso normale, fa le cose normali dei famosi normali, ha quell’aria sorridente ma con un retrogusto di schifo che hanno in genere i famosi normali, quelli incapaci di fingere che stare lì a stringere mani zozze e ad assecondare desideri isterici sia il momento migliore della giornata. Ed è allora che penso a Barack Obama.
In “The world as it is – Inside the Obama White House”, Ben Rhodes, già consigliere di Barack, racconta un dettaglio della campagna elettorale del 2016, quando Hillary Clinton perse contro Donald Trump. La candidata e il presidente sono in North Carolina, fanno un comizio, e poi il corteo di macchine presidenziali si ferma in una trattoria. «Era il genere di cosa che Obama faceva praticamente a ogni tappa della campagna nel 2012: fai un comizio, poi vai in qualche ristorante locale, ordini un po’ di cibo, e stringi tutte le mani dei presenti».
Rhodes è rimasto in macchina, vede Hillary uscire dal locale dopo pochi minuti, quindi pensa che se ne stiano andando, ma il presidente non esce per un’altra mezz’ora. Quando saranno in aereo, prima di mandarli a mangiare i cartocci che hanno comprato a scopo di campagna elettorale, Obama didascalizzerà ai suoi la differenza tra Hillary che evidentemente non riesce a simulare amore per la folla, e lui: «La maggior parte della gente in questi posti guarda Fox News e pensa che io sia l’Anticristo. Ma se ti presenti, gli stringi la mano, li guardi negli occhi, gli risulta più difficile trasformarti in una caricatura. Magari riesci persino a recuperare qualche voto».
Guardavo il tappeto rosso, e pensavo che non è un caso se nessuno – nonostante sia famoso da persino più anni, nonostante sia altrettanto belloccio – ha mai pensato a una candidatura di Brad Pitt, mentre a ogni elezione americana tutti sospiriamo che il candidato ideale sarebbe Clooney: perché George è Barack, e Brad è Hillary. (Alla conferenza stampa hanno chiesto a Clooney quanto abbia influito l’editoriale che aveva scritto chiedendo che Joe Biden si ritirasse, e lui ha dato la più politica delle risposte: tutto il merito va al presidente, che ha fatto la cosa più generosa che chiunque abbia fatto dai tempi di Washington).
Il momento più da trattoria del North Carolina, sul tappeto rosso, è quello in cui George manda Brad a sedersi in mezzo ai fotografi, e lui va a sedersi di fronte, nell’opposto muro di fotografi, acciocché da tutt’e due le parti i fotografi abbiano la foto buffa del divo in mezzo ai fotografi, e con quella possano raccattare due spicci. Ma Pitt si vede che lo fa solo perché istruito in tal senso, mica perché lo entusiasmi il gioco.
Ho capito come mai la pur oggettiva belloccitudine di Brad Pitt non mi aveva mai colpita all’inizio del 2009, poco prima degli Oscar ai quali Pitt era candidato per “Benjamin Button” e Robert Downey jr. per “Tropic Thunder” (persero entrambi, ma vi consiglio di fermarvi a riflettere su questo dato di realtà: solo quindici anni fa, un attore bianco con la faccia tinta di nero poteva per quel ruolo essere candidato all’Oscar invece che crocifisso in sala mensa; per inciso, se ve lo siete perso, “Tropic Thunder” sta su Sky, ed è un capolavoro di comicità).
Newsweek organizzò un incontro tra candidati, e a un certo punto il giornalista che lo coordinava chiese se si cercassero mai su Google. Pitt era schifato: mai al mondo, «Dio santo, no». E: «A parte che non so come si usi un computer».
Sembrava le Vongola75 che se rispondi a un loro commento social pensano di fare punteggio rimarcando che hai cercato il tuo stesso nome: certo che l’ho cercato, lo cercheresti anche tu se la ricerca non ti desse sempre zero risultati. Brad, se non si cerca, sarà perché si fa cercare da un assistente, e portare i risultati stampati. Una volta una scrittrice mi spiegò che si faceva stampare dalla segretaria tutti i nomi di chi aveva messo like a commenti negativi su di lei. Se solo Brad si fidanzasse con lei, sarebbe un perfetto incastro di prendersisulserismo.
Per fortuna in quel filmato c’era Downey. Che non solo disse che certo che si guglava, ma che si dimostrava anche lucidissimo circa le relazioni parasociali, dove quelli che ti sostengono sono malati di mente quanto i detrattori: «Alcuni sono troppo dalla tua parte, come se ti conoscessero». Downey ammetteva di passarci del tempo, in quelle ricerche, ed era abbastanza sveglio da fingersi contrito: «È una mia debolezza».
Dio o chi per lui ci conservi i Downey e i Clooney, quelli che sono in giro da un secolo, ne hanno viste tante, sanno qual è la loro parte in commedia, e mai mai mai farebbero l’errore di sembrare gente che si prende sul serio.
A Venezia, l’attore gioca con i fotografi, saluta tutti i fan e costringe Brad Pitt a farsi piacere l’affettuosità del pubblico. Una scena che ricorda quella di Obama e Hillary in un diner della North Carolina, e spiega la differenza tra i famosi con la vocazione e i famosi normali
Quando George Clooney arriva a Venezia per la prima volta, con “Out of sight”, non esistono le piattaforme, non esiste la lingua originale se non per noi quattro fanatiche che a Roma andiamo a vedere i film all’Alcazar, non esiste la distribuzione contemporanea. Eppure sono due anni e mezzo che il giovedì sera non si esce.
Non si esce neanche se sei nell’età in cui esci tutte le sere, perché il giovedì su Rai2 c’è “E.R. – Medici in prima linea”, e Clooney è il dottor Ross, il pediatra che inclina la testa di lato e fa le faccette (il faccettismo non ha mai smesso d’essere lo stile recitativo di Clooney).
La puntata in cui il dottor Ross si trasferisce a Seattle andrà in onda in America cinque mesi dopo: Clooney ormai è una star del cinema, è lealmente rimasto per tutti e cinque gli anni del suo contratto in prima serata ma la pacchia doveva finire. In quel settembre lì sta probabilmente per girare la puntata d’addio, ma noialtre a Venezia non lo sappiamo, non sappiamo niente.
Non ricordo quanto fossimo indietro in Italia con le stagioni, non so se a quel punto tra l’infermiera Hathaway e il dottor Ross ci fosse già stata la scena del cassetto, che per noialtre sentimentali era lo struggente cedimento del bel figo fin lì renitente a impegnarsi (anche nel secolo scorso, sotto i trent’anni credevamo a tutte le puttanate sentimentali).
So però che a quella Venezia lì siamo tutte pazze di Clooney; tra le cose che non sappiamo, c’è quanto se lo meriti. Io lo saprò solo col senno di poi, perché ho venticinque anni e non è la mia prima Venezia, ma è la prima Venezia in cui mi trovi a fare interviste tutti i giorni, e non so che non sono tutti così: così a loro agio nell’essere fighi, così intelligenti nell’essere fighi; non so che di divismo così ce n’è un’incarnazione a generazione, quegli altri hanno avuto Sinatra e ora c’è Clooney e poi chissà.
(Poi niente, perché arriveranno i telefoni con la telecamera, saremo tutti famosi e quindi non lo sarà nessuno, conosceremo quelli che seguiamo su Instagram dei quali ci convinceremo d’essere amici e che riterremo famosissimi, senza capire che la fama esiste solo se travalica la frequentazione quotidiana, solo se ti conosco anche se non ti conosco, solo se il mio sapere chi sei trascende il mio controllo, solo se sono disposta a stare a casa per te il giovedì sera. Poi arriverà un mondo senza divi e che cerca d’accontentarsi degli Chalamet – ma questo nel 1998 non lo so, non sono abbastanza Cassandra da immaginarlo).
Poiché sono smaniosa, l’ufficio stampa mi concede d’avere accesso sia a un round table (le interviste di gruppo da cui poi i giornalisti italiani sono soliti uscire con un’intervista di finzione montata come fosse un colloquio a due) sia all’intervista singola. Al round table sono finite le sedie. Mi siedo per terra. Quando arrivo all’intervista a due, Clooney sorride del sorriso inclinato di Clooney e dice: sei quella seduta per terra. Penso sia normale, perché non so niente (nei ventisei anni che seguono, di esponenti dello schieramento divistico più famosi di Gesù Cristo ma abbastanza attenti da notare i dettagli, e abbastanza furbi da lusingarti con la loro attenzione pur non dandoti mai l’illusione che sia una partita alla pari, non ne ho incontri moltissimi altri. Solo una, una certa Madonna Ciccone).
Tutto questo, assieme alla campagna elettorale di Hillary Clinton e agli Oscar del 2009, mi è tornato in mente vedendo su RaiPlay una cosa che vi raccomando caldamente: i venti minuti del tappeto rosso di Venezia che ha preceduto la proiezione di gala di “Wolfs”, in cui Brad Pitt e George Clooney interpretano due malavitosi rivali, o qualcosa del genere (non l’ho ancora visto, come tutti quelli che non sono a Venezia).
La mattina, alla conferenza stampa, George aveva citato l’articolo del New York Times che vi raccontavo l’altro giorno, quello in cui si diceva che lui e Brad avevano preso trentacinque milioni a testa per “Wolfs”. Ha detto che l’articolo era interessante e la reporter bravissima ma che, «chiunque fosse la fonte riguardo ai compensi», sono molti meno soldi. Lo dice, precisava, solo perché, se nel settore si pensa che servano quei soldi lì, nessuno più farà un film. Ma tutto questo viene detto col garbo di Clooney, col sorriso di Clooney, con la totale mancanza di risentimento che sa mostrare Clooney, e insomma George non sembra neanche per un attimo Matteo Lepore.
Naturalmente sarebbe crudele aspettarsi dai mortali che fossero all’altezza di Clooney, che va paragonato non a poveri sindaci ma ad altri divi da copertina, e quindi torniamo agli arrivi alla serata di gala. È un character study di dettagli minuscoli e giganteschi che spiegano perché Clooney sia Clooney e gli altri no. Prima arriva Brad Pitt, e il suo arrivo è uguale a tutti gli altri arrivi da tappeto rosso: macchina sponsorizzata, qualcuno dell’organizzazione che apre la portiera, scende il divo, a seguire, dalla stessa portiera dopo aver strisciato da un lato all’altro del sedile, scende la fidanzata.
Poco dopo arriva la macchina con Clooney, e attenzione ai dettagli. Dal lato dal quale c’è la telecamera scende solo Giovanni, che nel ’98 era la sua guardia del corpo e non ha mai smesso d’essere il suo uomo di fiducia, dal sedile davanti; George è sceso da dietro a sinistra, senza telecamera, ha fatto il giro – perché è un gentiluomo d’altri tempi e non fa strisciare Amal sul sedile – e ora apre lui la portiera – perché mia moglie la faccio scendere io e non un estraneo – e la signora scende splendente mentre la folla li acclama. (Mattia Carzaniga, che per RaiMovie fa le interviste sul tappeto rosso, dice che i fan accalcati facevano un tale casino che non sentiva le risposte. Poveri famosi di questo secolo: che confronto impietoso, quando arrivano quei quattro famosi veri che son rimasti).
Ora, nessuno di noi si meraviglia se George Clooney fa la parte che ha sempre fatto, quella dello squisito gentiluomo tagliente nelle battute ma impeccabile nei modi. Ma quello che vorrei farvi notare è che, quando gli hanno detto di sedersi sul lato destro perché così sarebbe stato inquadrato all’arrivo, quello ha dovuto spiegare a gente con meno uso di mondo di lui che no, che lui saliva dall’altra parte e che in favor di telecamera avrebbe fatto scendere la moglie. Ed essendo quello smooth operator di Clooney probabilmente gliel’ha detto senza aggiungere sprezzante: devo spiegarvi tutto, dilettanti. Ci va carattere, fisarmonica, senso del brivido, solitudine, ma soprattutto ci va conoscere lo spartito meglio di tutti gli altri.
Poi i due si mettono a fare dieci minuti di foto e autografi, e Brad, poverino, è divisticamente normale. Sorride, saluta, firma e si fa gli autoscatti con quelli delle transenne più vicine. George corre agli estremi delle transenne, dai disgraziati che sono in posizioni che mai vengono filate dai famosetti di turno, va dagli ultimi degli ultimi che quella sera torneranno a casa più che mai convinti che come George non c’è nessuno. Si arrampica sul muro di fotografi per stringere mani. E si siede in mezzo ai fotografi a fingersi un loro pari.
Intanto Brad è, povero lui, solo un famoso normale, fa le cose normali dei famosi normali, ha quell’aria sorridente ma con un retrogusto di schifo che hanno in genere i famosi normali, quelli incapaci di fingere che stare lì a stringere mani zozze e ad assecondare desideri isterici sia il momento migliore della giornata. Ed è allora che penso a Barack Obama.
In “The world as it is – Inside the Obama White House”, Ben Rhodes, già consigliere di Barack, racconta un dettaglio della campagna elettorale del 2016, quando Hillary Clinton perse contro Donald Trump. La candidata e il presidente sono in North Carolina, fanno un comizio, e poi il corteo di macchine presidenziali si ferma in una trattoria. «Era il genere di cosa che Obama faceva praticamente a ogni tappa della campagna nel 2012: fai un comizio, poi vai in qualche ristorante locale, ordini un po’ di cibo, e stringi tutte le mani dei presenti».
Rhodes è rimasto in macchina, vede Hillary uscire dal locale dopo pochi minuti, quindi pensa che se ne stiano andando, ma il presidente non esce per un’altra mezz’ora. Quando saranno in aereo, prima di mandarli a mangiare i cartocci che hanno comprato a scopo di campagna elettorale, Obama didascalizzerà ai suoi la differenza tra Hillary che evidentemente non riesce a simulare amore per la folla, e lui: «La maggior parte della gente in questi posti guarda Fox News e pensa che io sia l’Anticristo. Ma se ti presenti, gli stringi la mano, li guardi negli occhi, gli risulta più difficile trasformarti in una caricatura. Magari riesci persino a recuperare qualche voto».
Guardavo il tappeto rosso, e pensavo che non è un caso se nessuno – nonostante sia famoso da persino più anni, nonostante sia altrettanto belloccio – ha mai pensato a una candidatura di Brad Pitt, mentre a ogni elezione americana tutti sospiriamo che il candidato ideale sarebbe Clooney: perché George è Barack, e Brad è Hillary. (Alla conferenza stampa hanno chiesto a Clooney quanto abbia influito l’editoriale che aveva scritto chiedendo che Joe Biden si ritirasse, e lui ha dato la più politica delle risposte: tutto il merito va al presidente, che ha fatto la cosa più generosa che chiunque abbia fatto dai tempi di Washington).
Il momento più da trattoria del North Carolina, sul tappeto rosso, è quello in cui George manda Brad a sedersi in mezzo ai fotografi, e lui va a sedersi di fronte, nell’opposto muro di fotografi, acciocché da tutt’e due le parti i fotografi abbiano la foto buffa del divo in mezzo ai fotografi, e con quella possano raccattare due spicci. Ma Pitt si vede che lo fa solo perché istruito in tal senso, mica perché lo entusiasmi il gioco.
Ho capito come mai la pur oggettiva belloccitudine di Brad Pitt non mi aveva mai colpita all’inizio del 2009, poco prima degli Oscar ai quali Pitt era candidato per “Benjamin Button” e Robert Downey jr. per “Tropic Thunder” (persero entrambi, ma vi consiglio di fermarvi a riflettere su questo dato di realtà: solo quindici anni fa, un attore bianco con la faccia tinta di nero poteva per quel ruolo essere candidato all’Oscar invece che crocifisso in sala mensa; per inciso, se ve lo siete perso, “Tropic Thunder” sta su Sky, ed è un capolavoro di comicità).
Newsweek organizzò un incontro tra candidati, e a un certo punto il giornalista che lo coordinava chiese se si cercassero mai su Google. Pitt era schifato: mai al mondo, «Dio santo, no». E: «A parte che non so come si usi un computer».
Sembrava le Vongola75 che se rispondi a un loro commento social pensano di fare punteggio rimarcando che hai cercato il tuo stesso nome: certo che l’ho cercato, lo cercheresti anche tu se la ricerca non ti desse sempre zero risultati. Brad, se non si cerca, sarà perché si fa cercare da un assistente, e portare i risultati stampati. Una volta una scrittrice mi spiegò che si faceva stampare dalla segretaria tutti i nomi di chi aveva messo like a commenti negativi su di lei. Se solo Brad si fidanzasse con lei, sarebbe un perfetto incastro di prendersisulserismo.
Per fortuna in quel filmato c’era Downey. Che non solo disse che certo che si guglava, ma che si dimostrava anche lucidissimo circa le relazioni parasociali, dove quelli che ti sostengono sono malati di mente quanto i detrattori: «Alcuni sono troppo dalla tua parte, come se ti conoscessero». Downey ammetteva di passarci del tempo, in quelle ricerche, ed era abbastanza sveglio da fingersi contrito: «È una mia debolezza».
Dio o chi per lui ci conservi i Downey e i Clooney, quelli che sono in giro da un secolo, ne hanno viste tante, sanno qual è la loro parte in commedia, e mai mai mai farebbero l’errore di sembrare gente che si prende sul serio.

