Lo scorso luglio, al termine del proprio incarico in qualità di Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica islamica dell’Iran, Javaid Rehman ha raccolto in un lungo Rapporto i “crimini atroci” e le gravi violazioni dei Diritti Umani perpetrati in Iran nel 1981-1982 e nel 1988.
Si tratta di un elenco tristemente lungo e dettagliato di repressioni inumane applicate a chiunque dissenta dal modello “khomeinista” imposto dalla Repubblica Islamica: “esecuzioni sommarie, arbitrarie ed extragiudiziali di migliaia di oppositori politici arbitrariamente imprigionati, configurando così i crimini contro l’umanità di sparizione forzata, tortura e sterminio di massa”.
Siamo di fronte a una delle peggiori e più gravi violazioni dei diritti Umani di cui si abbia memoria; condotta da esponenti del regime, di ogni ordine e rango, contro i cittadini del loro stesso Paese.
Alla vigilia dell’evento tradizionalmente più importante e più significativo per il massimo organo rappresentativo delle Nazioni Unite – la 79esima sessione della Settimana di alto livello dell’Assemblea Generale – che sarà aperta il 23 settembre dai Capi di Stato e di Governo, è fortemente auspicabile che il Rapporto “Rehman” riceva ogni dovuta centralità ed evidenza.
Non sarà certamente semplice ottenere un’ampia convergenza di vedute. Si tratta, difatti, di una questione che tocca drammaticamente l’intera nazione iraniana.
Il regime sia ieri che oggi ha sempre trovato nella feroce repressione interna e nel sostegno al terrorismo, in tutte le sue più pericolose forme, non solo la propria ragione d’essere, ma l’essenza stessa del proprio potere.
Le alleanze strette dall’Iran, sempre più rafforzate con Mosca, Pechino, Damasco, Beirut, Baghdad, Sana’a e Pyongyang dimostrano su quanti appoggi gli Ayatollah possano contare.
Teheran ostacola costantemente, a più livelli e dimensioni, ogni tentativo o iniziativa – che siano dei Paesi democratici o delle organizzazioni internazionali – in sostegno dell’affermazione universale dei Diritti Umani per l’Iran e, più in generale, in tutto il mondo.
La prossima settimana, i lavori dell’Assemblea Generale dell’ONU non potranno certo ritrarsi all’evidenza delle guerre di criminale aggressione che sono in atto, con carneficine genocidarie nelle quali la Repubblica Islamica dell’Iran è protagonista assoluta, come avvenuto il 7 ottobre nell’aggressione di Hamas, uno dei tentacoli terroristi di Teheran, contro Israele e contro l’Ucraina nella poderosa assistenza militare alla Russia.
Tutti i membri delle Nazioni Unite – o per lo meno coloro che intendono attenersi senza falsità, o finzioni ingannevoli, allo Statuto e ai numerosi Trattati in vigore riguardanti i Diritti Umani universali e la giustizia internazionale – sono chiamati a un cambio di rotta. La situazione internazionale di oggi deve rappresentare un punto di svolta per l’ONU.
Tale cambio di rotta può avvenire soltanto se l’Occidente nel suo insieme, in una concreta ottica euro-atlantica, saprà dimostrare la volontà politica di andare al fondo dei problemi che affliggono la comunità internazionale.
È ora che la giustizia internazionale raccolga tali evidenze; che i responsabili di tali atrocità siano perseguiti e condannati; che in ogni sede multilaterale si intraprenda una politica decisa affinché il diritto internazionale trovi, anche nei confronti dell’Iran, piena applicazione.
Non è più rinviabile l’inserimento del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) tra le organizzazioni terroristiche: è l’Iran il protagonista assoluto del disastro che sta devastando il Medio Oriente.
Una consapevolezza della necessità di doversi risvegliare dal sogno di un Iran che il politically correct annuncia come riformato, o riformabile, è già stata manifestata da una pluralità di voci autorevoli del mondo occidentale ed europeo.
È quanto da tempo richiesto con insistenza dal Parlamento europeo – con la Risoluzione del 25 aprile scorso – da Parlamenti nazionali, nonché da personalità influenti del mondo politico, accademico e giornalistico.
Giulio Terzi di Sant’Agata
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Lo scorso luglio, al termine del proprio incarico in qualità di Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica islamica dell’Iran, Javaid Rehman ha raccolto in un lungo Rapporto i “crimini atroci” e le gravi violazioni dei Diritti Umani perpetrati in Iran nel 1981-1982 e nel 1988. Si tratta di un elenco tristemente lungo
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Lo scorso luglio, al termine del proprio incarico in qualità di Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica islamica dell’Iran, Javaid Rehman ha raccolto in un lungo Rapporto i “crimini atroci” e le gravi violazioni dei Diritti Umani perpetrati in Iran nel 1981-1982 e nel 1988.
Si tratta di un elenco tristemente lungo e dettagliato di repressioni inumane applicate a chiunque dissenta dal modello “khomeinista” imposto dalla Repubblica Islamica: “esecuzioni sommarie, arbitrarie ed extragiudiziali di migliaia di oppositori politici arbitrariamente imprigionati, configurando così i crimini contro l’umanità di sparizione forzata, tortura e sterminio di massa”.
Siamo di fronte a una delle peggiori e più gravi violazioni dei diritti Umani di cui si abbia memoria; condotta da esponenti del regime, di ogni ordine e rango, contro i cittadini del loro stesso Paese.
Alla vigilia dell’evento tradizionalmente più importante e più significativo per il massimo organo rappresentativo delle Nazioni Unite – la 79esima sessione della Settimana di alto livello dell’Assemblea Generale – che sarà aperta il 23 settembre dai Capi di Stato e di Governo, è fortemente auspicabile che il Rapporto “Rehman” riceva ogni dovuta centralità ed evidenza.
Non sarà certamente semplice ottenere un’ampia convergenza di vedute. Si tratta, difatti, di una questione che tocca drammaticamente l’intera nazione iraniana.
Il regime sia ieri che oggi ha sempre trovato nella feroce repressione interna e nel sostegno al terrorismo, in tutte le sue più pericolose forme, non solo la propria ragione d’essere, ma l’essenza stessa del proprio potere.
Le alleanze strette dall’Iran, sempre più rafforzate con Mosca, Pechino, Damasco, Beirut, Baghdad, Sana’a e Pyongyang dimostrano su quanti appoggi gli Ayatollah possano contare.
Teheran ostacola costantemente, a più livelli e dimensioni, ogni tentativo o iniziativa – che siano dei Paesi democratici o delle organizzazioni internazionali – in sostegno dell’affermazione universale dei Diritti Umani per l’Iran e, più in generale, in tutto il mondo.
La prossima settimana, i lavori dell’Assemblea Generale dell’ONU non potranno certo ritrarsi all’evidenza delle guerre di criminale aggressione che sono in atto, con carneficine genocidarie nelle quali la Repubblica Islamica dell’Iran è protagonista assoluta, come avvenuto il 7 ottobre nell’aggressione di Hamas, uno dei tentacoli terroristi di Teheran, contro Israele e contro l’Ucraina nella poderosa assistenza militare alla Russia.
Tutti i membri delle Nazioni Unite – o per lo meno coloro che intendono attenersi senza falsità, o finzioni ingannevoli, allo Statuto e ai numerosi Trattati in vigore riguardanti i Diritti Umani universali e la giustizia internazionale – sono chiamati a un cambio di rotta. La situazione internazionale di oggi deve rappresentare un punto di svolta per l’ONU.
Tale cambio di rotta può avvenire soltanto se l’Occidente nel suo insieme, in una concreta ottica euro-atlantica, saprà dimostrare la volontà politica di andare al fondo dei problemi che affliggono la comunità internazionale.
È ora che la giustizia internazionale raccolga tali evidenze; che i responsabili di tali atrocità siano perseguiti e condannati; che in ogni sede multilaterale si intraprenda una politica decisa affinché il diritto internazionale trovi, anche nei confronti dell’Iran, piena applicazione.
Non è più rinviabile l’inserimento del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) tra le organizzazioni terroristiche: è l’Iran il protagonista assoluto del disastro che sta devastando il Medio Oriente.
Una consapevolezza della necessità di doversi risvegliare dal sogno di un Iran che il politically correct annuncia come riformato, o riformabile, è già stata manifestata da una pluralità di voci autorevoli del mondo occidentale ed europeo.
È quanto da tempo richiesto con insistenza dal Parlamento europeo – con la Risoluzione del 25 aprile scorso – da Parlamenti nazionali, nonché da personalità influenti del mondo politico, accademico e giornalistico.
Giulio Terzi di Sant’Agata
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